La metrica spontanea e raffinata di Emanuele Marcuccio

a cura di Luciano Domenighini

 

Nato a Palermo nel ’74, Emanuele Marcuccio inizia la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali.
È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano).
Negli anni successivi compaiono altre sue composizioni isolate, su riviste letterarie italiane ed estere.
È però del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, “Per una strada”, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni.
Da molti anni, inoltre, lavora a un’opera teatrale, un dramma di ampie proporzioni e di ambientazione storica, concernente la colonizzazione dell'Islanda.
Delle sue composizioni poetiche, peraltro abbastanza eterogenee nella tematica quando non nello stile, alcune contengono la cifra della sua vena più genuina: una versificazione originale, con vaghe reminescenze leopardiane, ma sostanzialmente libera e spontanea, sostenuta da una musicalità sicura, avulsa da urgenze metriche, eppure talora realizzata in strutture metrico - retoriche complesse e raffinate.
Attualmente lavora al completamento del suo dramma epico, di cui sono in preparazione anche le musiche di scena.
Inoltre, nella sua città collabora attivamente a svariate iniziative, specie per la promozione e la pubblicazione di nuovi talenti letterari.

I 109 titoli di “Per una strada” spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall'intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa.
Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime "retrospettive", una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta.
Nonostante l'alternanza della resa qualitativa, appare evidente un denominatore comune: l'assoluta naturalezza e spontaneità di questo verseggiare d’acchito, immediato, disinibito e, diciamolo pure, nei momenti migliori felicemente ispirato.
È singolare notare come le migliori di queste composizioni abbiano in realtà un’articolata e talora complessa struttura metrico - retorica, toccando punte ragguardevoli di originalità e raffinatezza.
Questi risultati formali tuttavia non tradiscono la fatica e l'artificiosità spesso frutto di lunghe elaborazioni, ma appaiono provenire direttamente e chiaramente, senza mediazioni, dai momenti della più felice ispirazione.
Di seguito, una scelta delle composizioni più riuscite, da me commentate e corredate da alcune note dell’autore.

Nota dell'autore: “Le forme metriche qui evidenziate sono assolutamente spontanee, non ho mai voluto scrivere in funzione della metrica.”

 

Vita spensierata (11/3/1995)


Vago lieto, vita errabonda,
il prato mi spiana la strada
e sonnolento mi aggiro
per spazi ampi e immensi,
la natura inneggia
a grande eternità.
Grande l’amor mi si para
in un mar d’eterno errar.
Ghiaccio non mi sfinisce
l’eterno vigor spensierato.

Murmure tremendo
non mi annienta,
l’ampia rimossa strada,
senza fren, m’ispira.


VITA SPENSIERATA (pag. 58)


La composizione è semplice e piana ma contiene riflessi cosmici e il linguaggio, nella seconda parte fortemente metaforico, vira verso un taglio visionario, quasi oracolare.

Nota dell’autore: “Ho cercato di immaginare come potrebbe essere la vita di un ipotetico extra-terrestre sul proprio pianeta.”

 

Musica lontana (24/8/1999)


Ampi spazi,
volate d’azzurro,
rincorrersi delle note,
tersa armonia azzurra:
cantico in lontananza,
arrivare improvviso,
prolungati suoni
si estendono nello spazio,
prorompono con impeto
nella levità e nel sublime.
Mi perdo e sconfino,
mi attardo:
fermo è il tempo:
sogno improvviso irrompe,
e quieto rimango,
e mi rincorre
e si allontana
e scompare.


MUSICA LONTANA (pag. 83)


Anche in questa lirica vige una dimensione cosmica. È formata da due stanze. La prima stanza, di dieci versi, è un asindeto di sette elementi, descrittivo, spiegato nei versi 8, 9 e 10, “si estendono nello spazio, / prorompono con impeto / nella levità e nel sublime”.
La seconda, di otto versi, in forma di polisindeto, parte al presente in prima persona con tre indicativi ( due riflessivi e un intransitivo), “Mi perdo e sconfino, / mi attardo:” per passare, su “sogno improvviso” come soggetto, alla terza quattro volte (irrompe, mi rincorre, si allontana, scompare), richiamando la prima persona al quindicesimo verso “e quieto rimango,”, subordinato al quattordicesimo “sogno improvviso irrompe,”.
Da un punto di vista lessicale è eccellente il senario al secondo verso (“volate d’azzurro”) con l’aggettivo sostantivato, abilmente richiamato, due versi dopo, come aggettivo e al femminile, in un senario “lungo” con doppia sinalèfe omovocalica sulla “a” (ters(a-a)rmoni(a-a)zzurra). I versi 2 e 4 generano un effetto doppio, di assonanza e di corrispondenza semantico - descrittiva.

Nota dell’autore: “È musica dell'anima, è musica dell'infinito, è musica dell'universo; è musica lontana per i più, vicina per pochi.”

 

Primavera (5/10/1999)


Olezzo di primavera,
fresca, aurata:
ascolto lo stormir di foglie
e il gentil chiacchiericcio
di uccelli festanti.
Canta la primavera,
nel pianto d’un bimbo
c’è la vita
e la silenziosa calma.
Canta la primavera
su per le fronde
e per gli arbusti accesi;
per i ponti e per le valli
s’innesta un ardore infinito,
ricco di luminosa calma.


PRIMAVERA (pag. 86)


È una composizione sinestesica, di luce, di suoni, di profumi, in festosa mobilità.
Notevole il distico “nel pianto d’un bimbo / c’è la vita”. Ma è interessante anche l’associazione sostantivo-aggettivo “arbusti accesi”.
 

Nota dell’autore: “Scritta per strada, in auto, dopo aver sentito il pianto di un neonato.”

 

Il grillo col violino (23/11/1999)


Il grillo canterino s’innalza,
si adagia e sobbalza,
per le strade e per le vie
il suono del suo violino
si perde,
e cresce nell’armonia
e cresce per la via;
cantando e suonando
allegro e svelto,
e stride il suon flessuoso e gaio:
cri, cri, risuona: cri, cri…
e si perde per le vie.


IL GRILLO COL VIOLINO (pag. 88)


Leggerissima, delicata, infantile, interseca con abilità le figure della congiunzione e dell’epifora.
È strutturata come un polisindeto ritardato da quattro versi di coppie congiunte, due di verbi (2, 8) al presente (“si adagia e sobbalza”), e al gerundio (“cantando e suonando”) una (4) di complemento di luogo (“per le strade e per le vie”) e una (9) di aggettivi (“allegro e svelto”), con due distici in rima baciata e un ottonario onomatopeico al penultimo verso.
Anche questa poesia, pur nell’apparente semplicità, presenta una struttura piuttosto complessa.

Nota dell’autore: “Ispiratami dall’ascolto della Sonata n. 7, per violino e pianoforte di L. van Beethoven.”
 


Canto d’amore (6/12/1999)


Leggerezza, delicatezza
soffusa e serena:
un fiore, che leggiadro
al primo suo fiorire,
espande per l’aria
gli odorosi suoi sospiri,
e irrora dolcemente,
e irradia di luce
l’aria della notte:
un’arpa ascolto,
lontano il suo suono
si perde;
sospirosi ardori,
sospirato amore,
ti chiamo
e nella notte mi perdo.


CANTO D’AMORE (pag. 89)


Sono sedici versi che alternano la terza persona (espande, irrora, irradia, si perde), descrittiva dell’oggetto amato con tre splendidi versi (10, 15, 16) in prima persona: un quinario (“un’arpa ascolto”) e un ottonario (“e nella notte mi perdo”) sospesi e vaghi, a siglare un clima incantato e infine uno scolpito ternario (“ti chiamo”), perentorio, esclamativo, che fa da perno a tutta la composizione. Da notare anche la corrispondenza iterativa dei versi 11 e 12 (“lontano il suono / si perde”) con l’ultimo verso (“e nella notte mi perdo”).
La breve lirica è un polisindeto di giusta lunghezza, con la cadenza , il respiro esatto, che ha l'unica pausa, e riprende fiato, sul bellissimo " un'arpa ascolto" che è un pentasillabo morbido, rotondo, appena inciampato sulla sinalèfe di "arpa-ascolto" (ma è difetto veniale e qualcuno potrebbe anche definirlo un pregio). L'effetto "morendo", "perdendosi", pur nell'intensità dell'emozione, è reso benissimo.

 

Nota dell’autore: “Ispiratami dall'ascolto del Quintetto n. 1 op. 89, di G. Fauré.”
 

 

 

Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)


Dolcemente i suoi capelli inanellava,
e mi beava nel rimirar
il suo bel viso,
il suo sorriso,
che languente mi sfuggiva;
e cercavo d’immaginar
i suoi begl’occhi,
che all’anima profondi balenava
in un sussulto,
in un singulto,
che veloce dileguava.


DOLCEMENTE I SUOI CAPELLI (pag. 97)


Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).
Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.
La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza.
La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata.
Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico.
È proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima
ai vv. 1, 8 e 11.
Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni "retrò" (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava).
In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.
 

Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”
 

 

 

Fremere * (13/9/1999)


Freme d’intorno un andare
nell’ombra e in inverno:
scrosci d’acqua piovigginosa
si attardano sul limitare;
nera ombra si spiana
e si dilata nell’oscurità:
rosse tempie tremende.
Andare disperso,
andare smarrito:
rimane il valore,
rimane il dolore.


* Dedicata a mio padre non vedente.


FREMERE (pag. 85)


Descrive il mondo dei non vedenti, come un perpetuo andare, in un ansioso tremito, fra percezioni uditive intrise di tristezza. La rima in “are” al 1° e al 4° verso detta un andamento lamentoso, incombente, e il mesto colore della lettera “e” ribattuto nel titolo e al 7° verso “rosse tempie tremende.” viene fatto risaltare da tre versi “chiari” in “a” (3°,5°,6°).
La quartina finale di senari divisa in due distici anaforici, il primo aggettivato e il secondo sostantivato e in rima, conferisce alla lirica una cadenza e una mesta musica.
Si notino i due pleonasmi ad effetto rafforzativo (“acqua piovigginosa” e “nera ombra…nell’oscurità”).
Sono undici versi divisi in una lassa di sette in sequenza (8, 6, 9, 9, 7, 10, 7) e una quartina finale di senari composta da una coppia di distici anaforici, di cui l'ultimo in rima baciata. In realtà tutta la composizione è legata in rima dalla desinenza "are" e in particolare dall'infinito "andare" che apre i primi due versi della quartina finale e che si connette foneticamente con le desinenze del primo ("andare") e del quarto verso ("limitare"). Sono quattro infiniti, tre ripetuti e l'altro sostantivato che, col colore attonito e neutro della desinenza e la triplice ripetizione all'infinito di un verbo di moto “andare” assolto dal complemento di luogo, danno alla poesia un tono estenuato come di un perpetuo, doloroso, cammino senza meta, in un mondo senza luce.
Della breve composizione, si apprezza altresì la forma essenziale che si esplica nell'impiego dei tempi immediati infinito e indicativo presente, nel ricorso a un solo avverbio ("d'intorno") e poi nel rutilante, angoscioso, terrificante settenario del settimo verso “rosse tempie tremende.” (un soggetto sostantivato chiuso fra due aggettivi e privato del verbo, a sottintendere nessuno e tutti i verbi). D'altra parte, questo taglio lapidario si realizza compiutamente nella quartina finale dove alla coppia anaforica di infiniti si affiancano due aggettivi e a quella all'indicativo due sostantivi, siglando nell'assoluto rigore stilistico una lirica intensa e carica di commozione.
 

 

 

Ricordo (28/10/1994)


O tu che l’ampia volta
della vita ascendi,
o tu che l’ampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.


RICORDO (pag. 51)


Strutturata con rigore sulla figura dell’anafora, si apre in vocativo con una quartina di settenari e senari in doppia iterazione alternata.
Segue un distico sintatticamente speculare a cui seguono le due quartine finali che riprendono lo schema dei primi quattro versi. Una sola rima (“riverso - sommerso”) nella quartina centrale.
L’ultima quartina è arricchita da due ossimori.
La lirica è tutta giocata sull'alternanza di senari e settenari, legati dalle consuete iterazioni ma anche da un paio di rime, e giustamente interrotta al quinto e al sesto da un distico di versi "lunghi" (10 e 9). È una poesia visionaria, suggestiva, fatta di immagini ermetiche e chiusa da un sorprendente ossimoro.

Nota dell’autore: “Vi è qui un’allegoria che ha per tema il giustapporre un'anima che si eleva alle cose celesti a un'altra che ricade nelle cose mondane.
“Prora” nel senso di direzione diritta, in traslato “retta via”; varcare la retta via significa “andare oltre l'umano, andare oltre l'ordinario.”
 

 

 

Dolce sogno (23/4/1994)


Dolce sogno, sorriso di rosa.
Sol tu sopisci lo spirto mio ramingo,
sol tu plachi l’errante spirto anelo;
soffro e mi tormento nel desiderarti, agogno
l’eterno tuo bacio,
l’eterno abbraccio agogno;
e mi struggo di dolor nel rimirarti invano:
attendo che le labbra tue tremanti
pronunzino l’immortale parola al cor piagato,
e indorino di baci un sogno d’amore.


DOLCE SOGNO (pag. 46)


Ridondante dell’iperbole romantica, per afflato, lessico e stile, è un esempio evidente dell’attitudine del poeta ad abbandonarsi totalmente, senza inibizioni, alla suggestione dei sentimenti. Allora, come in questo caso, va persa in parte la nativa levità della sua ispirazione, come appesantita dal tumulto interiore.
L’attacco, comunque, è delicato, floreale e tra il quarto e il sesto verso compare la ricercata figura del chiasmo (“agogno”… “eterno bacio”… “eterno abbraccio”… “agogno”).

 

Nota dell’autore: “Scritta a letto, febbricitante e innamorato.”
 

 

 

Dolore (14/6/1994)


Odor d’acqua salata,
rigida riva di piaggia desolata.


DOLORE (pag. 46)


Il distico (7, 12) in rima, da un punto di vista strettamente letterario, è il vertice di questa raccolta. Spiegata alla luce del titolo, è una metafora sinestesica (olfattivo - gustativo - visiva), netta, lapidaria, che in 17 sillabe ribatte ben 11 volte la vocale “a”, scandendo la fissità di un lamento e conferendo una tinta algida, amara, straniata, alla composizione.
Anche se vi compaiono sia un'apocope (Odor), sia un arcaismo (piaggia), a dimostrazione che non sono le figure e i moduli utilizzati a rendere “personale e moderna” una poesia ma l'uso che se ne fa.

Nota dell’autore: “Ho usato quell'arcaismo “piaggia” e non “spiaggia”, proprio per creare un maggior effetto legato, se mi si permette di usare questo termine prettamente musicale.”
 

 

 

Incanto (1/4/1998)


Calma, pacata immensità dell’universo,
palpito dell’infinito:
sogno, immergersi rapito,
palpitar d’acque tremolanti,
risorsa ai sonori ardori,
attimo immobile e incantato,
anelito ad emergere,
rimaner sopito,
rifuggire sommerso.
Rifulge lo specchio che traluce,
che trapassa, si allontana:
pur divampa, pur s’immerge,
senza tempo.


INCANTO (pag. 76)


Qui bene si palesa la vocazione visionaria del poeta, quell’abbandonarsi all’irrazionale, alla caotica meraviglia della casualità, quel liberare un linguaggio sorgivo, ispirato, epifanico, fatto di metafore ermetiche, di ossimori, di audaci soluzioni verbali, talora al limite delle convenzioni semantiche.
La composizione accusa altresì una certa ridondanza, ma notevoli per invenzione sono il verso 5
(“risorsa ai sonori ardori”) e 9 (“rifuggire sommerso”).
 

Nota dell’autore: “Ispiratami dall'ascolto del poema sinfonico "Il lago incantato" di A. Ljadov.”
 

 

 

Per una strada (10/11/1998)


Per una strada senza fronde
si aggira furtivo e svelto
il nostro inconscio senso,
passa e non si ferma,
continua ad andar via
e non si sa dove mai sia.


PER UNA STRADA (pag. 77)


È un modo per descrivere il fugace divenire della vita, definito con felice intuito “il nostro inconscio senso”. Una forza mobile, indocile, segreta.
 

Nota dell’autore: “E pensare che, quando la appuntai su un semplice scontrino, la mettessi pure da parte, in seguito capii che descriveva l'essenza della mia poetica, l'essenza della mia ispirazione, furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non la trattengo nel mio cuore con i miei versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia.”
 

 

 

Ramoscello d’ulivo (20/3/1992)


Ramoscello d’ulivo,
tu sei desiato,
canti disteso,
dolce traspari:
ché quel richiamo taorminese
innanzi tempo, tinto,
fosco sogno adombro,
rimane.


RAMOSCELLO D’ULIVO (pag. 28)


L’inizio è in vocativo, svolto in tre delicati quinari, uno passivo (sei desiato) e due intransitivi (canti, traspari), è siglato da una quartina esplicativa dove alla bella musicalità di un verso (“innanzi tempo, tinto,”) fa riscontro l’ermetica ruvidezza del verso successivo, dove “adombro” è aggettivo e non verbo.
Sono solo otto versi ed è diviso in due quartine collegate dai settenari al primo e al sesto verso.
La prima quartina è tutta in vocativo, limpida, diretta, sviluppata da tre quinari sorretti da verbi in seconda persona, lievi, delicati (sei desiato, canti, traspari).
La seconda, esplicativa, in realtà è ermetica, presentando cesure sia semantiche che sintattiche.
Nondimeno il settenario “innanzi tempo, tinto,” è bellissimo per la perfezione della cadenza e l'impasto fonetico, ottenuti ricorrendo a quatto raddoppi di consonante e ad un abile uso del colore delle vocali.

Nota dell’autore: “Ispirata ad un sogno che io feci, di ritorno da Taormina; da notare la ricercata figura dell’accusativo alla greca in “tinto, / fosco sogno adombro,”, da sottolineare che “adombro” non è verbo ma è l’arcaismo dell’aggettivo “adombrato”.
Cosicché, quel richiamo taorminese rimane un fosco sogno tinto (variegato, colorato, di colori diversi, ma solo intravisti) e adombrato (coperto di un'ombra d'oblio) innanzi tempo (prima che lo si possa comprendere).”
 

 

 

Là, dove il mare… (19/10/2001)


Là, dove il mare è profondo,
fondo, fondo;
là, dove le onde si rincorrono,
corrono, corrono:
e le luci si disperdono
e lo sguardo si dirada,
si fa chiaro;
e l’amor mi raggiunge
col suo dolce sovvenir.
Là, dove il mondo ti dimentica;
là, dove il sole ti colpisce
col suo chiaror;
là, dove un lampo ti pervade
col suo baglior,
e in un abbraccio ti rapisce.
Là, dove l’oblio ti sommerge
con la sua luna;
là, dove il mondo ti abbandona
con la sua fine:
là voglio riposare,
e perdermi rapito
nel Sole: nell’amore infinito.


LÀ, DOVE IL MARE… (pag. 96)


È una composizione di ventidue versi a metro libero, di tre periodi, ad andamento altalenante, automatico, poggiato su sette iterazioni (là dove...) legate da un polisindeto di sei elementi, che si apre con una doppia geminazione al secondo e al quarto ( fondo, fondo; corrono, corrono) in rima derivativa sui versi precedenti. Un’apocope chiude il primo periodo al nono verso (sovvenir) e l'apocope si ripresenta al secondo periodo sul dodicesimo(chiaror) e quattordicesimo (baglior) con effetto liquido, dissonante.
L'ultimo periodo ha toni visionari ma luminosi, di paradisiaca, solare apocalisse.
Anche qui Marcuccio dimostra sicuro istinto poetico.
È la poesia dove meglio si palesa l’attitudine del poeta a ricorrere alle figure iterative e la sua abilità nell’elaborarle. In questi 22 versi Marcuccio intesse un ordito ammirevole, disponendo in alternanza una triplice sequenza di versi anaforici (“Là dove” (8 volte), “col” (5 volte), “ e” (5 volte), con due versi (2° e 4°) di pura geminatio, e il verso finale che raddoppia lo stato in luogo.
Il magistrale impiego di queste figure retoriche conferisce alla lirica un andamento cullante, ascendente, perfettamente equilibrato.
 

Nota dell’autore: “Il mare del nostro dolore, il mare dei nostri pensieri, il mare della nostra anima, il mare dei nostri sogni...
Il mare che a volte ci intrappola in un vortice di problemi e di pensieri, il mare che in un maremoto ci sbalza via dalle nostre sicurezze e come un ladro ci depreda.
Come scrivo in un mio aforisma, “Il dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante.
Se fate attenzione, come le onde procede la lettura di questa poesia, come le onde del mare.
Ad ogni inizio di verso le onde si alzano, toccano la riva, ad ogni fine di verso le onde si abbassano, si allontanano dalla riva; tutto in un ciclico movimento che trova il suo compimento e il suo riposo in Dio: nel Sole e amore infinito.
E pensare che, quando la scrissi, mi trovavo da solo nel cuore della notte, in casa, il mare si agitava tempestoso nella mia anima e, con le sue onde che baciavano la riva non mi faceva compagnia, né rapiva la mia vista lo spettacolo di un meraviglioso tramonto.”
 

 

 

Secondo omaggio a García Lorca (13/11/1997)


Ali di vaporoso verde,
pettini concentrici
si schiantano nel mare
in rigurgito azzurro.


SECONDO OMAGGIO A GARCÍA LORCA (pag. 75)


È una quartina totalmente criptata, ermetica: un novenario e tre settenari a configurare un’immagine astratta, geometrica, onirica, in fredda modulazione cromatica.

Nota dell’autore: “Ho voluto descrivere l’evanescente e vaporosa vitalità verde del volo degli uccelli marini, servendomi della figura della metonimia (la causa per l’effetto, le ali per il volo), le cui ali in movimento sembrano pettini concentrici e questi uccelli si schiantano in mare a coglier prede e, dallo schianto vi è subito, colta la preda, un rigurgito, un ritorno all’azzurro del cielo, come se il mare li vomitasse.”

 

 

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