Recensione di  Matteo Chiavarone

 Recensione di Matteo Chiavarone

Le poesie di Emanuele Marcuccio

 

In questa silloge poetica di Emanuele Marcuccio, “Per una strada” (Sbc, 2009), ci sono continui rimandi ad un senso profondo di immediatezza, l’attimo che viene colto nella sua bellezza furtiva, quella che appare e velocemente scompare. I testi della raccolta seguono una parabola che ha la durata di quasi un ventennio, segno che la poesia è frequentata con assiduità ma anche con il rispetto dovuto ad una forma artistica così nobile.

I primi testi, datati millenovecentonovanta, evidenziano i sintomi di una adolescenza che è voglia di evasione, non rabbia ma bisogno di comprendere le proprie radici, il senso stesso dello stare al mondo. Il volume si apre con versi che anticipano un itinerario: “Forse, quando l’agire in tal modo / è una casa antica, / diviene un gran cumulo / di mali il divenire: / e le fessure di ogni ante / sono ostruite, / si frangono i muri / e la scuola è in alto mare […] (“La scuola è in alto mare”). Il viaggio non è solo interiore, può essere reale ma altrettanto doloroso come quello de “Il viandante”: Viandante solitario, / dell’aspro calle del mondo, / l’irsute vie hai tu varcato […]”.

Le poesie del biennio millenovecentonovantaquattro e millenovecentonovantacinque alternano istantanee immaginifiche di un forte ed intimo lirismo ed evocazioni di autori del presente e del passato, personaggi storici e dell’universo mitico - letterario. Ombre o fantasmi che appaiono come elementi poetici, numi tutelari, universi paralleli e opposti che ora attraggono, ora ispirano, ora si sovrappongono. Da un Leopardi che emana una “aura divina del meraviglioso / mare di mille illusioni” ad un Amleto con cui “Dolore risorge / a l’etere funesto”, da un Annibale “stanco di battaglie” ad un Seneca “radioso astro”. E poi Leonardo Sciascia ([…] “Ci illumini con la tua aura, / reale ci mostri il baratro / della storia […]”), simbolo egli stesso non più solo di vita e di letteratura ma di una terra, la Sicilia, amata e considerata fonte inesauribile di ispirazione (“Palermo”: […] “Terra natia, che sovente / mi ha fatto fantasticar! […]”).

Le poesie degli “anni zero” (con due curiosi vuoti: il primo tra il duemilauno e il duemilasei, il secondo tra il duemilasei ad oggi) segnano da un lato una maturità linguistica e umana meno legata a spunti classici e classicistici di tradizione scolastica e dall’altro una maggiore estroflessione dell’io che si inserisce in un varco aperto da giovanissimo e mai chiuso neanche quando l’oblio “ti sommerge con la sua luna”, il mondo “ti dimentica” e “ti abbandona con la sua fine”. Una lingua sempre attenta e anche troppo ricercata che emana un odore di antico e un sapore polveroso ma mai inattuale o banale. Un atto d’amore per la poesia. O, meglio, di fede.


 

Matteo Chiavarone

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Immagine di sfondo da: http://vitaperimmagini.blogspot.com/2007/09/spettatori-al-tramonto.html

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