Dal 1990 sto scrivendo un dramma
epico[1],
in versi e non in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda,
di argomento storico-fantastico. L’ambientazione è storica[2]
ma, la trama è fantastica[3],
l’unico personaggio storico-leggendario è
Ingólf[4],
il quale non è neanche sicuro se sia mai esistito, gli altri personaggi sono
frutto della mia fantasia. I loro nomi sono stati ricavati direttamente
dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono
documentato), ovviamente, gli indigeni, che incontreremo dal secondo atto in
poi, non hanno cognome o meglio non hanno un patronimico e, anche la loro
presenza è del tutto fantasiosa.
Nel poema mi sono servito di una
mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe
germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle
quali ho contrapposto i normanni[5]
(o i vichinghi) ossia gli uomini del nord, i norvegesi che furono grandi
colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Si tratta, ovviamente, di una mia
scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da
fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.
Ma come è nata questa mia passione per l’Islanda?
Fin dal 1988, vedendo dei meravigliosi paesaggi
islandesi nell’enciclopedia, così ho acquistato questo
libro (in realtà cercavo un libro sull’Islanda,
anche una guida turistica), poi, in biblioteca, ho letto l’interessante racconto
ottocentesco di Natale Nogaret
Viaggio nell’interno dell’Islanda ma, la scintilla,
l’ispirazione di scrivere quello che, in seguito sarebbe diventato il mio dramma
epico d’Islanda, è partita nel 1989, in quinta ginnasiale, colpito dalle
meravigliose immagini di un opuscolo turistico inglese sull’Islanda, ricevuto in
regalo. Mi sono innamorato di questi meravigliosi paesaggi islandesi, pur non
essendoci mai stato e vedendoli solo in fotografia, su questo opuscolo turistico
inglese, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato un dramma,
ambientato appunto in Islanda. Tra ottobre di quell’anno e marzo del successivo,
abbozzo in prosa quello che diventerà il primo atto del mio futuro poema
d’Islanda e, da maggio 1990 parte la trasposizione in versi del primo atto
aggiungendo il prologo.
In questo poema l’Islanda la chiamo sempre con
l’antico e leggendario nome di “Thule”,
in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo
greco Pitea
di Marsiglia (380 – ca. 310 a.C.), che scoprì l’isola, secondo la tradizione,
durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325
a.C.
Di questo poema mi manca di terminare di scrivere il
quinto e ultimo atto, solo la mattina del 7/6/2010 ne ho scritto la trama;
l’atto si estenderà e concluderà il poema in un’unica e ampia scena altamente
drammatica, che sfocerà nella pace tanto sospirata, purtroppo, conquistata a
prezzo di sangue e, il 13 settembre 2010 ho iniziato la scrittura del quinto e
conclusivo atto.
Pensate, un caro amico compositore, dopo aver letto il
proemio e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un
monologo), ha deciso di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma
epico.
Attualmente sta scrivendo una prima bozza di
pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti, come musiche per i vari atti e
pensate, anche il suo maestro di composizione gli ha dato il suo parere
favorevole. Preciso che, si tratta di
musiche di scena
in senso proprio, non di un’opera lirica, magari, in futuro potrebbe pensarci un
altro compositore.
Qualcuno ha detto che mi sono imbarcato in un’impresa
titanica e questa persona forse ha ragione e credo che, anche per l’amico
musicista sarà la stessa cosa.
Anch’io, quando penso che ancora mi manchi di
terminare di scrivere il quinto e ultimo atto, ho paura ed ho quasi un senso di
vertigine, paura di essermi spinto, forse, ben al di là delle mie forze
creative, che Dio mi aiuti.
Attualmente lo sto digitando al PC, tempo permettendo,
dal quaderno, vecchio di più di vent’anni, il 7/6/2010 ho finito di digitare
tutto il secondo atto che si estende per 443 versi, il 28/1/2012 ho finito di
digitare e revisionare la quarta scena del terzo atto, sono arrivato a pag. 105
ma, su quel vecchio quaderno ho scritto fino a tutto il quarto atto, come ho
scritto sopra, mi manca di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto.
Tra i personaggi troverete anche una voce (fuori
scena), grazie alla quale ho voluto dar voce all’io narrante del poeta.
Sulla scorta dei grandi poemi epici del passato, non
avrei potuto farne a meno.
Solo il primo atto, prologo compreso, consta di 725
versi.
Purtroppo, se in futuro e dopo la sospirata
pubblicazione, me lo faranno rappresentare in teatro - che sogno! - sicuramente
mi obbligheranno ad accettare dei tagli.
Pensate, solo per leggere il primo atto, ci vogliono
ca. ottanta minuti e, recitandolo con tutti gli attori e le pause adeguate, si
arriverebbe a novanta minuti, solo il primo atto.
Il secondo atto consta di 443 versi, il terzo atto
attualmente consta di 656 versi, il quarto atto di 313 versi e, il quinto ed
ultimo atto, come ho già ripetuto, lo devo ancora terminare di scrivere.
Facendo un conto molto approssimativo la sua durata
totale si aggirerebbe intorno ai 270 minuti, ecco perché sono convinto che
apporteranno dei tagli.
Ovviamente, nel libro non ci sarà alcun taglio, libro
che non supererà le duecento pagine.
C’è già una casa editrice interessata a pubblicarlo e
non l’ho ancora terminato, però, valuterò attentamente ogni eventuale proposta.
Spero vogliate essere i futuri lettori del mio
prossimo libro e, spero, vogliate essere i futuri spettatori di quest’opera
drammatica - che sogno! - quando un giorno verrà rappresentata.
Il mio dramma poteva concludersi anche con il solo
primo atto ma, così, avrebbe avuto la meglio il dolore e invece è continuato con
il secondo atto, con l’irruzione imprevedibile dell’amore. Farà la sua
ricomparsa prepotentemente il dolore al terzo atto, ma tutto si concluderà nella
pace, nell’amore, conquistato, purtroppo, a prezzo di sangue.
La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è
nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto,
né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un dramma in versi per cercare
di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di
esprimere la poesia che il cuore mi detta.
Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in
genere preferisco leggerla e non scriverla ma, anche in questa possiamo trovare
della poesia. La poesia, nella sua accezione più ampia, non è solo quella legata
ai versi ma, alla prosa, alla musica e all’arte in genere.
Con la scrittura di questo dramma ho cercato di
fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi
dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di
connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Non a caso ho
inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso
del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, non ho
potuto proprio farne a meno.
Come scrivo in un mio aforisma
“Un poeta non deve mai lasciarsi
condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua
ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la
propria anima, senza alcun condizionamento”. Quindi,
nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché, così ci sarebbero più lettori
ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.
In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è
questo dramma epico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica
possibile.
Un dramma in cui ho cercato di fondere il metastorico
al fantastico, in cui ho cercato di fondere la poesia alla narrazione e al
teatro, in cui la musicalità e la fluidità dei versi, solo nella versione in
scena, si fonderà alle musiche di scena.
Con la scrittura di questo poema non ho voluto
conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come
ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea,
il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e
successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso
l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e - adesso scrivo
– e sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto
(1989). Preciso che, dapprima, ho abbozzato il solo primo atto in prosa, in
seguito, dal 1990 l’ho trasposto in versi aggiungendo il prologo e proseguendo
di seguito, senza prima abbozzare in prosa gli altri quattro atti. Anzi, tutto è
nato dal primo atto, senza mai avere fin dall’inizio una visione generale della
trama, cosicché, solo alla fine della scrittura del primo atto ho concepito la
trama del secondo atto e così di seguito con i successivi.
Lo sapevate?
Il grande scrittore, poeta e drammaturgo tedesco J. W.
Goethe (1749 – 1832) ha impiegato sessant’anni per scrivere il
Faust
(1772 – 1831), la più vasta e la più grande opera teatrale in versi che sia mai
stata scritta, dal primo frammento alla fine della seconda parte, praticamente
una vita, (ne aveva solo ventitré quando iniziò a scriverla e, pose la parola
“Fine” un anno prima di morire) morirà, infatti, nel 1832.
La cosa più difficile è stato e sarà darle uno stile
il più unitario possibile, mi manca di darlo alle rimanenti sette scene del
terzo atto e al quarto atto. A proposito, il terzo atto è quello più dinamico,
quello con maggior dispiegamento di masse attoriali, con l’intervento di ben tre
cori di indigeni (due del villaggio di Ragnar e uno del villaggio di Björn), per
finire con un coro più esiguo (cinque elementi) di ubriachi che canticchiano con
grasse risate una canzonaccia in stile popolare toscaneggiante, per conferirle,
appunto, quell’impronta di popolaresco; una canzonaccia, farcita di doppi sensi,
completamente frutto della mia ispirazione, la caratterizzazione dei personaggi
lo richiedeva, questa non potevo modernizzarla, non sarebbe più stata in stile
popolare ed è anche in rima. Tuttavia, non troverete nessuna parolaccia, solo
doppi sensi, si tratta sempre di un dramma epico, ragion per cui, la
caratterizzazione del linguaggio va adottata fino a un certo limite.
È anche l’atto con il maggior numero di scene, ben
dieci e con otto cambi di scena. Lo stesso ho fatto con il coro di pescatori
dell’inizio del quarto atto, dove ho usato sempre uno stile toscaneggiante,
proprio per caratterizzare le umili condizioni di questi personaggi.
Per essere precisi, per la scrittura dei primi quattro
atti ho impiegato poco più di dieci anni: dal 1989 (abbozzo in prosa del solo
primo atto, che ho smarrito) al 18/6/2000; il resto, a partire dal settembre
2006, è stato un lavoro di modernizzazione, unitarietà di stile e digitazione al
PC, quindi, sono quasi 20 anni in tutto.
Infine, il sito “freshwallpaper.eu”
mi ha autorizzato ad utilizzare questa
immagine[6]
a mia discrezione, come copertina del mio poema d’Islanda.
E, un’amica pittrice mi ha detto che sarà orgogliosa
di farne un dipinto, la cui immagine sarà utilizzata come copertina del poema.
Il mare abbraccia montagne, il dolore abbraccia la
speranza, la speranza di commuovere cuori di pietra in un’alba d’amore, di pace
e libertà.
Questa è la sintesi del messaggio che ho voluto
lanciare con la scrittura degli oltre 2000 versi del poema (mi manca di
terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto), di cui la predetta
immagine costituisce la sua perfetta sintesi
immaginifica.
In questa
nota
della mia pagina “facebook”, proprio sotto l’immagine, trovate i link dei brani
proposti finora, di volta in volta basta cliccare su ognuno dei link.
Li trovate anche
qui, sul mio sito.
E qui potrete leggere una recente intervista-conversazione, rilasciata il 28/3/2011 al Romantic Museum, a proposito del mio poema, il mio futuro esordio drammaturgico, da leggere tenendo conto delle modifiche dell’ottobre 2011. Vi anticipo che il libro sarà pubblicato entro il 2012.
(Ultimo aggiornamento, 3/2/2012)
[1] «In realtà, la collocazione in un genere letterario specifico, è in questo caso un’operazione quanto mai difficile e fuorviante. L’idea iniziale di Marcuccio, dopo una conversazione con il critico Luciano Domenighini, era che l’opera si trattasse di un poema drammatico. In realtà, partendo da un’analisi più attenta è evidente che l’opera ha poco del genere del poema ma condivide, invece, la struttura tipica di un’opera teatrale. L’elemento drammatico è presente, sebbene non possa essere definita una tragedia propriamente detta. Per il fatto che l’opera utilizza una serie di riferimenti e rimandi all’epica germanica, l’opera può esser anche definita come epica, sebbene Marcuccio inserisca anche numerosi elementi di sua invenzione. La catalogazione, dunque, dell’opera come dramma epico sembra a tutt’oggi essere quella più corretta» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio).
[2] I riferimenti storici presenti nel poema sono: la colonizzazione dell’Islanda, con approdo nella baia dell’attuale Reykjavík (870-874 d.C.); l’insediamento eremitico dei Papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d.C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.
[3] Uno dei molti riferimenti fantastici è l’approdo, che ho immaginato avvenisse a bordo di un fantasioso e improbabile gran drakkar, dotato di ponte, stiva e coffa in cima all’albero della nave.
[4] Su suggerimento del filologo germanista, Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifröst”, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico Ingólf, filologicamente più corretta, piuttosto che quella moderna di Ingólfur. Sempre su suo suggerimento i nomi norreni sono stati semplificati eliminando, dove possibile, la desinenza -r del nominativo singolare.
[5] “Normanni” è inteso solo in senso etimologico, come uomini del nord (civilizzati), non in senso storico, differenziandoli dai vichinghi che sono pirati e selvaggi (barbari).
[6]
In merito a ciò, mi hanno
risposto come segue: «Well you can use the image for your book cover for
free, how you use it, it’s up to you. You can remove the watermark if
you wish so (I prefer you won’t but it’s up to you).
Good luck with your book». Ringrazio
un amico poeta per la traduzione: «Puoi usare liberamente l’immagine
come copertina del libro, come utilizzarla è a tua discrezione. Puoi
rimuovere il watermark se vuoi (ma preferirei di no, comunque è a tua
discrezione).
Buona fortuna col tuo libro».
Trovate questa introduzione anche su questa
pagina; si tratta di una pagina di facebook, quindi, visualizzabile anche
dai non iscritti.
Continua nella lettura con il primo brano, per dare un po' un'idea di questo poema, ovviamente non inserirò la trama del quinto ed ultimo atto.
Vi auguro una buona lettura!
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